Chiamami “Rano”

A che sta pensando il cormorano? È là da tempo, sul bordo della banchina. Fermo. Immobile. Guarda verso il mare col suo occhio muto. Con il becco proteso verso il lontano orizzonte. Con le bronzee ali aperte a catturare l’ultimo raggio del sole morente. Forse si prepara a spiccare il volo. O forse vuole invece riposare. Resta là, fermo. Statuario. Silenzioso. Pensa? Ma a cosa può pensare il cormorano?
Vorrei chiederglielo. Mi incuriosisce molto. Ma, anche se è a un passo, è lontano da me. Ci divide un braccio di mare piccolo ma invalicabile. E allora resto a guardarlo, cercando di interpretare i suoi pensieri. Di carpire dal suo occhio acquoso qualche intenzione, qualche desiderio.
Vorrei avvicinarlo e parlargli. Proprio come ho fatto una volta, in un luogo lontano e in un tempo lontano. Anche allora in un porto. Un porto sul Mare del Nord, dove un esemplare, fermo e marmoreo, si stagliava sulla prora di un peschereccio. Anche là con lo sguardo fisso all’orizzonte. Anche là con le ali spiegate a rubare il sole del pomeriggio, che al Nord è lungo, forse troppo lungo e talvolta non finisce mai. Anche allora mi incuriosirono i suoi pensieri. Ma lì fu facile avvicinarlo. Fu possibile rivolgergli la parola. Riuscii a chiedergli se stava per andare via.
«No – mi rispose – Non è il tempo.»
«Ma dove andrai, quando ne sarà il momento?»
«Andrò giù, lontano. Verso un altro mare. Molto più caldo di questo. Andrò sulle sponde del Mediterraneo. Andrò dove l’azzurro intenso del cielo si confonde con quello del mare. Dove l’aria è profumata e il suono delle parole è dolce e armonioso.»
«Ma la tua casa dov’è? Hai nostalgia dei tuoi luoghi natii?»
«La mia casa è nel cielo, che si spalanca ai miei voli e mi stringe e mi abbraccia. È nel vento, che sostiene le mie ali e mi accarezza le piume. La mia casa è nel mare, che mi accoglie quando mi tuffo a capofitto per poi restituirmi vittorioso di nuovo al cielo. A quel cielo che è uno e soltanto uno. Che non ha bandiere. Che non ha frontiere. Che non ha oggi né domani. E nel quale quindi ti senti sempre a casa.»
«Credo di capire. Almeno mi sembra.»
«Se riesci capire quello che sto dicendo, mi spieghi allora che cos’è questa nostalgia che io dovrei avere? Di che cosa è fatta?»
«È una sensazione triste e dolce insieme. È quel grumo di sentimenti che provi quando avverti la mancanza di qualcosa, spesso indefinita e indefinibile. Che ti provoca anche un sottile dolore. Che ti scioglie il sangue e ti avvolge nel suo dolce deliquio.»
«Per la verità, non mi è del tutto comprensibile.»
«Ma tu non hai mai sperimentato il desiderio di rivivere momenti piacevoli oramai passati? Non vorresti qualche volta ritornare a giorni già vissuti? Non hai mai provato il dolore per un ritorno che non c’è e non ci potrà più essere?»
«Questi sentimenti non li conosco. La mia vita è molto più semplice della tua. Saranno sempre piacevoli i miei momenti e la mia esistenza fino a quando potrò dispiegare le mie ali in volo. Fino a che il mare accoglierà tra le sue braccia i miei tuffi vertiginosi. E i miei gioiosi giorni già vissuti sono uguali ai giorni che verranno, ai giorni che vivrò. Sempre. Ne sono sicuro.»
«E non ti è mai capitato di vivere un amore che poi hai perduto?»
«Ma che vuol dire “perdere un amore”? L’amore non si vince o si perde come in un gioco. L’amore c’è – se c’è – comunque. Sempre. C’è per chi è vicino e presente, e c’è anche per chi è lontano. C’è egualmente per chi non è più con noi e mai più lo sarà. Per perdere un amore, come tu dici, dovresti perdere il tuo cuore. Ma se tu il tuo cuore te lo tieni stretto, forte forte, non ci sarà mai nessuno che potrà svuotarlo di tutto l’amore che ci hai messo… Ma perché poi mi stai facendo queste strane domande?»
«Perché io invece ce l’ho la mia nostalgia. Forte. Struggente. Che mi consuma. E ho sempre invidiato gli uccelli che sono liberi nell’aria, nel soffio del vento. Ho sempre pensato che dovrei andare anch’io da un capo all’altro del mondo. Da un mare all’altro. Che dovrei sentire altri profumi e ascoltare altre parole. Che dovrei perdermi in altri occhi e nascondermi in altri cuori.»
«E ti basterebbe? Ne sei sicuro?»
«Non ne sono certo. È proprio per questo che ne parlo. Vorrei capirlo veramente e penso che potrei riuscirci se ti seguissi. Perché non mi porti con te?»
«No. Non puoi venire. Non potresti mai volare. Hai ossa pesanti e braccia leggere.»
«Ma io mi impegnerei con tutte le mie forze. Farei qualunque sforzo.»
«Non è possibile, te l’ho detto. Tu non sapresti librarti in cielo e tenerti sospeso in aria. Non potresti restare come me a lungo, in apnea, sul fondo del mare. Perché ti sentiresti perduto e angosciato senza i tuoi riferimenti. Che devi avere sempre alla tua portata. Che devi sempre poter toccare e tenere stretti.»
«Ne sei sicuro, amico cormorano?»
«Ne sono sicuro, sì. Tu sei un umano. Il tempo è dentro la tua carne. Lo senti scorrere inesorabile e questo ti angoscia. Non puoi distaccartene. Così come non puoi distaccarti dalla terra. Di quali voli e di quali viaggi vai allora fantasticando? E poi, dove pensi di andare con quella valigia che ti trascini dietro? Mi sembra piuttosto pesante. Che ci tieni dentro?»
«Porto tutti i miei sogni perduti. Porto tutte le lacrime che ho visto versare. Porto i sette dolori che rubai un giorno a Maria per farne i dolori del mondo. Porto i chiodi della croce che accoglie gli uomini che non saranno mai divini. Porto il mistero di un Dio che segna tanti suoi figli con la cicatrice del male. Che li brutalizza nel corpo e nella mente. Che ne irride le grida e li lascia perire. Porto soprattutto questo antico mistero. Un mistero che rimane incomprensibile e che è tanto pesante da portare.»
«Non capisco bene, ma allora dico che potresti anche lasciarla, questa valigia. Non c’è dentro niente di veramente tuo. Niente di veramente personale. Non hai altro con te?»
«Ho sul corpo i segni degli schiaffi e dei calci che ho ricevuto. Ho nella bocca tante pietre e una saliva acida e amara. Ho nelle mani le stimmate del falso profeta, che si disvela titolato imbonitore. Ho negli occhi le immagini dei miei pugni chiusi, minacciosamente tesi nel vento. Nelle orecchie l’eco di tutti i fanculo che ho gridato ad una vita che ha graffiato la mia pelle e lacerato la mia anima, per tutte le morti che non ho potuto evitare, per tutti i dolori che non ho saputo lenire. Ecco perché mi devi portare con te, te ne prego. Perché io possa affrancarmi da questo dolore, vincere questa terribile malinconia, spegnere la bile nera che mi deprime e mi avvelena. Perché io possa sperare ancora in quella vita serena il cui miraggio un giorno mi illuse.»
«Amico mio, io non ti porterò con me. Anche perché ciò non servirebbe a niente. Non servirebbe a vincere la malinconia che attanaglia la tua mente e deprime il tuo spirito. Che induce in te acuta e profonda sofferenza. Ammesso che tu riuscissi a volare e a seguirmi – ma non puoi – porteresti sempre con te tutte le tue sofferenze.»
«Ma i nuovi mondi?… I differenti profumi?… Le diverse parole?…»
«No, amico, la malinconia si vince – se si vince – nel proprio mondo, con gli odori di casa e le parole di sempre. Dammi retta, non cercare negli artifici la tua salvezza. Svestiti, metti a nudo la tua anima e affidala ad un dio che non è dei cieli. Ad un dio di questa terra che sappia semplicemente leggere, con amore, quello che porti scritto dentro.»
«Tu dici?… Può darsi che tu abbia ragione, caro cormorano.»
«È sicuro che ho ragione. Ed ora fammi andare. Mi aspetta un lungo viaggio.»
«Dove vai?»
«Vado verso quei paradisi che ben conosci perché è da là che tu provieni. A proposito, ma quando rientri in patria?»
«Presto, amico mio. Anche perché spero di incontrarti là, su qualche molo, impalato ed immobile ancora e con le ali spalancate.»
«È probabile. Stammi bene.»
«Stammi bene anche tu, amico cormorano.»
«Sì, ma se ci incontreremo di nuovo puoi anche chiamarmi semplicemente “Rano”. Sarà un segno della nostra amicizia.»
«Lo farò. Stanne certo.»

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